Otto linee rosse

Dopo qualche tempo…

La preoccupazione cresceva in proporzione al bisogno di tornare in quel luogo mistico. Ayane era allo stremo, ormai Lumière non riusciva più ad alzarsi dal letto. Le si chiudeva la gola ogni volta che gli parlava. Avrebbe voluto continuare a piangere ma, cosciente del fatto che farlo non avrebbe aiutato suo padre ad alleviare quell’implacabile male che sembrava inesistente, preferiva stare con lui a leggere. Gli leggeva di tutto, vecchi libri polverosi trovati in biblioteca e parti di sceneggiature che Near aveva scritto (e le aveva passato consigliandole caldamente di non farle leggere a nessuno, con un tono che suonava molto come una minaccia).

Lumière sembrava prediligere le vecchie tragedie di Shakespeare, gli aveva recitato il monologo di Amleto almeno dieci volte da quando lui non riusciva quasi più a camminare.
“Essere o non essere, questo è il problema. Che cos’è più nobile, soffrire nell’animo per i sassi e i dardi scagliati dall’oltraggiosa fortuna, o impugnare le armi contro un mare di affanni e combatterli fino a farli cessare? Morire, dormire… niente più. E con il sonno dire che poniamo fine al dolore della carne e alle mille afflizioni naturali a cui la carne è destinata? Questa è la fine che bisogna desiderare ardentemente! Morire, dormire… forse sognare. Ecco il difficile. Perché quali sogni potranno visitarci in quel sonno di morte, quando saremo usciti dalla stretta di questa vita piena di affanni mortali, è un pensiero su cui ci si deve fermare a riflettere.”

Ayane aveva deciso di mettere da parte tutta quella che era la sua vita per badare alla salute del padre. A volte pensava di aver bisogno di una pausa, anche dieci minuti per una sigaretta nella tranquillità della sera le sarebbero andati bene. Si perdeva a ricordare la danza del fumo azzurro in contrasto con lo sfondo di grattacieli grigi. Lo sguardo le si allontanava e si ritrovava sempre nello stesso posto, quel posto, quello che trovava in sogno e che la faceva stare bene. Poi rinsaviva e si pentiva di averlo desiderato, come poteva essere così egoista? Le settimane passarono, i mesi passarono ma Lumière non sembrava guarire. Ayane ormai non aveva contatti esterni, Near la cercò varie volte ma lei dovette rifiutare di vederla, finché anche lei cedette e non le scrisse più. Ayane si sentiva morire, stava mandando a puttane l’unico rapporto, oltre a quello con il padre, che le interessava realmente. L’autunno e l’inverno passarono lasciando la loro decadenza su ogni secondo che padre e figlia stavano vivendo. Ayane aveva bisogno di andarsene, di evadere da una realtà che la stava facendo esplodere. Ogni parola che gli recitava, ormai con lo sguardo perennemente perso nel vuoto, significava aggrapparsi a speranze di piombo gettate in acqua. Era notte inoltrata, Ayane appoggiò le sue labbra alla guancia di Lumière per dargli un lungo bacio, si avvicinò poi al suo orecchio e gli pregò di non lasciarla. Scoppiò in lacrime e corse in camera. Si rannicchiò nell’angolo del letto, vicino alla finestra, lo stesso angolo che la confortava da tempo.

Si sentiva sporca, i capelli le erano cresciuti e la loro vera natura era evidente. Non aveva avuto il tempo di farsi un bagno per tutta una settimana, odorava di lacrime ed odio. Era colpa sua se suo padre stava morendo? Cosa significavano tutti quei segni, quei sogni, quei segreti? Perché quando tutto stava cominciando ad andare bene il mondo le era dovuto crollare addosso? Portò le mani agli occhi e si trascinò le unghie massacrate dallo smalto nero rovinato e dalla preoccupazione manifestata con i denti sulle guance. Otto linee rosse le rigarono il viso e, a contatto con le lacrime salate, si gonfiarono. Si addormentò con il volto tumido e con la convinzione che l’essere lei era diventato un peso insostenibile.

Il dubbio amletico l’aveva invasa completamente.

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