Primo

Quel profumo, quel posto, Ayane vi era tornata in sogno ma questa volta era più reale delle altre. Girovagò tra gli alberi, per la prima volta provando a toccarli. Sentì la corteccia umida sotto i polpastrelli tremanti e l’odore forte di cera infestarle i sensi. Posò lo sguardo verso il cielo e vide solo i rami in lontananza che facevano entrare poca luce. Si sentiva speciale in quel posto, perfino la Luna le faceva capire che quello ormai era il suo rifugio: tra migliaia di vie che i suoi raggi avrebbero potuto scegliere, avevano deciso di solcare proprio quella che, tra strati e strati di rami, portava al suo viso.
Abbassò lo sguardo per guardarsi intorno, questa volta sembrava molto più reale.
Era spaventosamente reale.
Per un attimo il panico si impossessò di lei, cominciò a correre e quella che una volta era una lanterna le graffiò il braccio. Nella sua corsa disperata le parve di vedere qualcosa muoversi di fianco a lei, una specie di ombra. Non ci diede troppo peso e si fermò, in preda a violenti giramenti di testa.

“Ma che cazzo sta succedendo?” urlò forte.
La sua voce, però, non uscì. Urlò altre due volte ma niente, nemmeno un ronzio. Si accasciò quindi a terra con gli occhi chiusi, nella speranza di tornare a casa.
Li riaprì.
Si trovò ancora lì.
L’ansia era sparita ed aveva lasciato posto solo a sensazioni neutre. Nulla la turbava ma non sentiva nemmeno il bisogno di sorridere. Si godette il caldo e la poca umidità mentre il suo sguardo era fisso al cielo finché non si addormentò.

Ayane quel giorno si svegliò dovendo ospitare sensazioni contrastanti. Da una parte era preoccupata per il sogno, era esageratamente reale, aveva perfino sentito male quando la lanterna l’aveva graffiata. Dall’altra, però, ci sarebbe subito tornata. Scese dal letto, instabile, sorretta dai suoi piccoli piedi. Andò a lavarsi il viso ed ascoltò i rumori della casa: la lavastoviglie che macinava, il rubinetto della cucina che sgocciolava ed il suo cellulare che vibrava. Nessun segno di suo padre. Fece mente locale. Fece due più due. Erano le 7:00 e lui non c’era.

Corse in camera sua e vide quello che non avrebbe mai voluto.
“Papà! Che ti sta succedendo? Dio mio sei pallidissimo, riesci a stare in piedi? Riesci almeno a fare un respiro vero?”

“Non preoccuparti, Arc, te l’ho detto, solo un brutto…solo un brutto…” disse lui tra fortissimi colpi di tosse. Ad ogni colpo il petto di Lumière si stringeva in maniera spaventosa e gli occhi gli diventavano rossi.
“No, non voglio più sentire le tue stupide scuse! Ora ti porto all’ospedale!” disse lei preoccupatissima.
“Arc, davvero, non preoccuparti, presto capirai tutto. Ora ti prego dammi un bacio e poi lasciami che devo prendere queste dannate medicine. Stai tranquilla, il tuo papà ti vuole bene!” dicendo l’ultima frase una lacrima gli scese dall’occhio piccolissimo e quasi completamente rosso. Ayane andò a preparare una tazza di tè e la portò al padre, lui la ringraziò con un sorriso che gli costò una fatica indescrivibile. Era ridotto a pelle ed ossa e le rughe ormai avevano cambiato i suoi lineamenti.

Ayane si ricordò del cellulare, lo guardò e vide tre chiamate perse di Near. “Merda!” disse tirando un pugno all’armadio “Sono in ritardo!”
Preparò la borsa alla bell’e meglio e corse via lasciando un post-it sulla porta del padre. C’era scritto “Vedi di guraire!” con un piccolo cuore. Lumière apprezzò nonostante l’errore ortografico.

Quel giorno la scuola iniziava alle undici di mattina, così Near ed Ayane si trovarono al bar della stazione per fare colazione assieme. Dopo un caffè e qualche battuta Ayane decise di raccontarle del sogno. Ciò le costava molto, aveva una paura folle che Near potesse non prenderla sul serio. Il suo giudizio, non sapeva il perché, era importante.

Dopo minuti di silenzio riflessivo la ragazza le disse: “Ho sempre creduto nell’esistenza di realtà parallele.” Ayane ci rimase di sasso, era piacevolmente colpita: Near non chiese alcuna spiegazione, semplicemente le credette. C’era qualcosa nel suo sguardo che la faceva sentire a suo agio. Dopo averne parlato per un po’ pagò il conto ed andarono a scuola. Quando tornò a casa Lumière stava ancora tossendo. Preparò una minestra ed entrambi si addormentarono davanti al TG delle venti.

 

P.S.
Ciao a tutti, è Ayla che vi parla (e chi sennò, vi chiederete). Mi permetto di allegarvi il link di un brano su cui sto lavorando. E’ nato da una poesia dedicata ad una persona tanto speciale per me e niente, se state leggendo il mio racconto magari può appunto interessarvi una poesia in musica. Pace e grazie ❤

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