La mer

“Merda! Merda! Merda!”

Il pubblico sembrava divertito. Ayane stava aspettando dietro le quinte mentre Near e Pete, rispettivamente nei ruoli di Magenta e di Riff Raff, si occupavano delle onorificenze di casa rivolti ai ragazzi che interpretavano Brad e Janet sulle prime note del “Time Warp”. La giacca di paillettes le prudeva e le scarpe da tip-tap le facevano male. La cosa che però la preoccupava di più era un’altra: suo padre si sarebbe presentato?
Ayane era in disparte mentre tutti ripassavano i passi di danza per l’ultima volta. Aveva fatto amicizia ma, come al solito, nessuno le parlava se non per chiederle un qualcosa tipo “Ehi, mi tireresti su la zip?”, cosa che le chiese Jake che, da bravo “direttore artistico” ed egocentrico quale era, si era preso la parte principale, ovvero quella del Dr. Frank ‘n’ Furter.
“Sì.” Gli rispose lei gentile, chiedendosi se si ricordasse del suo nome o se pensasse fosse “Ehi”. Il sipario era calato e si era riaperto sulla scena grottesca per eccellenza: un gruppo di personaggi bizzarri vestiti con leggings neri, aderenti e lucidi contornati da una marea di accessori colorati e luccicanti che ballava una coreografia sconnessa a ritmo del più marcio rock ‘n’ roll.
“O la va o la spacca!” si disse Ayane. Era arrivato il suo momento: si lanciò in un tip-tap scatenato. Sembrava un usignolo spaesato che brillava di luce propria. Non era capace di ballare il tip-tap ma secondo tutti nemmeno Columbia nell’originale lo era.
“I’m just a sweet transvestite” recitava Jake con troppa teatralità. Il pubblico aveva un’espressione strana, una via di mezzo tra l’essere divertiti e l’essere schifati.
Ayane e Near si trovarono dietro le quinte nell’attesa di tornare in scena. “Divertente come avevo immaginato, sono proprio un gruppo di bigotti!” disse Near. Ayane le sorrise insicura. “C’è qualcosa che non va? Sei stata grande con il tip-tap!” Le disse con una vena di preoccupazione nella voce, una vena che inquinava il suo tipico tono distaccato.
“Non preoccuparti, ora andiamo, tocca a noi!” le rispose, vagamente spaesata dall’interessamento che le aveva mostrato. Ma qualcosa, in realtà, non andava, era combattuta: non aveva visto suo padre.

Ecco la scena finale: Columbia era a terra, senza vita mentre Frank aveva appena finito di cantare la drammatica “I’m going home”. Il pubblico sembrava entusiasta, palesemente confuso ma entusiasta.
Dopo l’inchino si ritrovarono tutti sul palco con il sipario chiuso e Jake fece i complimenti a tutti.

“La prossima volta si va di Genetic Opera quindi preparatevi! Ora, andiamo a prenderci una birra tutti assieme, vi va?” disse.
“Il direttore artistico offre da bere a tutti!” urlò la ragazza che interpretava Janet mentre correva verso l’uscita del teatro, come se fosse già stata ubriaca. Tutti la seguirono, Ayane preferì tornare a casa. Near l’aveva vista allontanarsi dal gruppo ma preferì non intromettersi. Una volta a casa andò dritta in camera e si mise a dormire.

Il giorno dopo, quando si svegliò, percepì segni di vita in cucina quindi vi andò aspettandosi un perfetto sconosciuto che rovistava nel barattolo delle monetine rare. Invece era Lumière ed era pallidissimo, le occhiaie gli arrivavano praticamente alle ginocchia ma aveva preparato la colazione, facendo il tragitto tavolo – cucina reggendosi a qualsiasi cosa lo aiutasse a tenersi in piedi.

“Buongiorno, Arc!” le disse con un sorriso. Ayane gli fece un cenno con la testa e si mise a mangiare. “Sei stata grande, ieri sera!” disse poi lui, per rompere quel disagiante silenzio. Con quell’affermazione, però, aveva rotto ben più di un silenzio: aveva frantumato lo scudo di Ayane, quello che abbiamo negli occhi, quello formato un po’ dalla forza e un po’ dalla sensibilità della singola persona. Quello scudo che serve a trattenere le lacrime.

Il sapore amaro del caffè della ragazza, a quel punto, assunse una vena salata, una goccia di gioia vi era caduta dentro. Con la voce tremolante ed incredula gli disse:
“Ma allora c’eri anche tu.” Che suonava un po’ come un’affermazione, un po’ come una domanda.

“Sai, l’originale è uscito quando io avevo più o meno la tua età, non lo guardavo da quei tempi, ma ricordo perfettamente che mi ero meravigliato della complessità di quei personaggi. Hai fatto proprio un bel lavoro con Columbia!” rispose lui. Ayane non ribatté, fece solo un grande sorriso e questa volta, oltre al caffè, condì anche la tovaglia. Lumière le porse il suo fazzoletto di stoffa. Era quello di sua madre, le aveva detto, ed ovviamente lei ci teneva da morire.

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