Une, frammenti

Quando piangi per ore e poi butti giù una caramella.

Quando il tempo decide di saltare la primavera.
Quando la luce ti si accende tutta d’un colpo.
Quel profumo familiare, quella luce, quel senso di pace e di interiorità che aveva già provato.

È possibile sognare due volte la stessa cosa?

Ayane si svegliò, si stropicciò gli occhi ancora sporchi di trucco nero, poi si guardò le mani ed iniziò la giornata nel migliore dei modi: “Vaffanculo!”, disse a gran voce, assaporando il suono di ogni singola sillaba. L’acceso scambio di opinioni della sera precedente l’aveva sfiancata. Aveva quindi portato il suo corpicino in bagno e, senza lavar via l’ombra nera del giorno prima, passò sulle palpebre altre due righe scure.

La saliva calda e lo zucchero.
L’estremo freddo e il sudore bollente che riga la fronte. La sensazione d’improvvisa cecità.
Il solletico e le carezze a tutti i sensi.

Sì, è possibile sognare due volte la stessa cosa.

L’appuntamento mattutino con la solita colazione era saltato, di nuovo, Lumière era in bagno, aveva rimesso per tutta la notte. Ayane non si sorprese del fatto che quel dannato appuntamento fosse saltato, solo l’aveva infastidita il non essere salutata dal padre, così uscì di casa e se ne andò a scuola senza curarsi di chiudere la porta dietro di sé.
Negli ultimi trecento metri che la dividevano dalla scalinata in marmo che portava al vecchio portone della facoltà pensò a quello che aveva sognato e si stupì di essere ancora di cattivo umore. Aveva calpestato di nuovo quel posto di grigia perfezione, quel posto che la faceva stare stranamente bene. Nell’esatto momento in cui capì di star bene mancò il primo scalino, e poi fu tutto buio.
Si risvegliò mezzora dopo in infermeria con una bianca e ben visibile benda che le circondava la testa e due grossi pezzi di cotone nel naso. Era

decisamente il caso di tornare a casa, chiudercisi dentro ed aspettare con pazienza che la giornata finisse.
Quando girò le chiavi nella serratura non sentì nessun “Ciao Arc, come mai sei già qui?”, non sentì proprio niente. Lumière doveva essere uscito di casa, o magari non stava bene? Corse in camera sua ma quella era vuota. Decise quindi di abbandonarsi nel letto, ma passando per il corridoio si accorse che la porta che portava in soffitta era semi aperta.
“Se si è cacciato lassù giuro che è la volta buona che lo faccio fuori!” si disse non del tutto arrabbiata. Non era mai stata in soffitta, non aveva le chiavi, ma, soprattutto, aveva paura. “Lumière, sei qui? Papà? C’è una benamata anima viva quassù?” chiese alla stanza vuota. “Solo ragnatele e gatti di polvere ci sono, altroché! E io che da piccola pensavo che ci fosse un tesoro nascosto. O un mostro a tredici teste che tortura i bambini… dipendeva dalle giornate!” disse ridendo. Poi si accorse che forse, invece che parlare da sola, sarebbe stato meglio tacere, l’ipotetico mostro avrebbe potuto sentirla.
Starnutì.
Starnutì due volte.
E alla terza il naso ricominciò a sanguinare.
“Testa indietro Ayane, testa indietro.” pensò. Mentre la testa stava indietro aprì gli occhi per vedere le condizioni del suo fazzoletto di stoffa ma nel lasso di tempo che era percorso tra le due azioni vide qualcosa di luccicante tra le travi del tetto. Si girò di scatto ed abbandonò a terra l’ammasso di stoffa sporca di sangue.
“E’ solo una cintura, Arc, solo una cintura vecchia e pure puzzolente, Arc.” si disse per riprendersi dal trauma. Effettivamente si trattava di una cintura vecchia e pure puzzolente. Ma che ci faceva lì? Si avvicinò ed allentò la fibbia finché quella pelle vecchia le si ruppe in mano. Teneva legata alla trave una scatola di latta che ovviamente cadde e si aprì. Ne uscì un quaderno rilegato in pelle che a sua volta, cadendo, lasciò uscire dei fogli. “Oggi non è proprio la mia giornata, eh?” urlò lei, “Grazie ipotetica divinità che dovrebbe proteggermi dalla sventura, sei grande!”.
Ritrovato un briciolo di sanità e lucidità mentale riordinò i fogli alla bell’e meglio e provò a decifrarli. Sulla copertina, marchiato a fuoco, c’era un simbolo strano, come una specie di “N” allungata, con le due gambe ai lati piegate a formare il simbolo dell’infinito e sotto il primo “tetto” formato dall’incrocio della prima gamba con la linea in mezzo, un punto a mezz’aria.

La prima pagina recitava “Diario di Lumière” e sulla seconda vi era scritto “Primo Viaggio”. Ayane cominciò a leggere incuriosita, perfettamente consapevole del fatto che se suo padre fosse entrato in quel preciso istante lei avrebbe fatto bene, meglio anzi, a cominciare a correre tanto quanto il suo fiato da tabagista le avrebbe permesso.

Da quella soffitta, assieme al diario, erano emersi frammenti del passato di suo padre. Chitarre, spartiti, CD e quant’altro. Ma la sua attenzione ormai era stata catturata da quell’ammasso di fogli che odoravano di vecchio e, soprattutto, di proibito.

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