Non sognatelo… siatelo!

Le sei. L’orologio a pendolo aveva dettato legge. Ayane aveva appoggiato i piedi a terra e, senza fare rumore, aveva tostato due fette di pane, ci aveva spalmato sopra una buona dose di miele ed aveva poi preparato del caffè. Lumière si era svegliato ed avevano fatto colazione assieme. Erano vent’anni che facevano così, solo che da cinque i ruoli si erano invertiti e la figlia faceva la colazione al padre. Allacciati anfibi e cravatta colorata erano usciti di casa salutandosi con un breve abbraccio.
La giornata scolastica di Ayane era andata come al solito, con le solite noie, le solite gioie. Tutto normale… beh tranne che per un messaggio appeso sulla bacheca degli annunci. Arrivo a scuola alle otto spaccate dopo un breve viaggio in treno, tappa all’armadietto per recuperare i libri e poi sei ore di lezione intervallate da tre caffè. All’ora di pranzo Ayane aveva chiamato il padre per dirgli che non sarebbe rientrata prima di sera. L’annuncio l’aveva incuriosita così tanto che aveva deciso, andando contro tutte le regole imposte dal buonsenso e soprattutto da Lumièr, di partecipare al progetto: una recita musicale. Il gruppo teatrale della città aveva deciso di portare in scena il Rocky Horror Picture Show. Lei non ne aveva mai sentito parlare ma sentiva il bisogno di fare qualcosa di diverso, qualcosa, forse, che la facesse sentire diversa. Quale cosa migliore, quindi, di partecipare ad un progetto la cui locandina raffigurava un metro e novanta di uomo in tacchi a spillo e corsetto?
Ayane aveva detto al padre che si sarebbe fermata a studiare in biblioteca per l’esame di giapponese che le sarebbe aspettato la settimana seguente. Se avesse saputo che avrebbe partecipato a qualcosa del genere probabilmente si sarebbe fiondato da lei con un revolver (carico) in mano. Dopo una fetta di pizza, un caffè, una sigaretta ed un altro caffè Ayane, carica di caffeina ed agitazione, era andata al teatro del corso di arte, punto d’incontro dell’appuntamento. Era in anticipo, ma non si meravigliò, era sempre in anticipo. Aspettò dieci minuti e gli altri arrivarono.
Rimase affascinata dagli elementi che si trovò davanti: il “direttore artistico”, così aveva scritto in rosa sulla maglietta bianca, aveva i baffi arricciati sulle punte, gli occhiali rotondi e il basco. Poi c’era chi aveva creste colorate, catene che tiravano troppo in basso i pantaloni, gonne- cintura e scarpe bucate. “Salve ragazzi,” il “direttore” aveva attirato l’attenzione della ventina di persone presenti in sala con un triangolo, “siamo qui riuniti per organizzare il prossimo spettacolo teatrale. Quest’anno abbiamo deciso di portare in scena il Rocky Horror, c’è qualcuno che non sa cosa sia?” Il silenzio calò in sala. Ayane era imbarazzata, non sapeva se alzare la mano o limitarsi a sprofondare nella sedia. Sentiva le guance bianche bollire dalla vergogna. Stava per scappare via quando qualcuno aprì rumorosamente la porta dicendo: “Il Rocky Horror è un capolavoro firmato O’Brien, millenovecentosettantatre. È uno spettacolo grottesco a sfondo palesemente sessuale che ha sconvolto la gente di quel tempo. Poche persone hanno realmente capito il messaggio che sta dietro i brillantini e i balli di gruppo, a parer mio. Punto primo: fare sesso è bello e non c’è nulla di male. Punto secondo: ama chi e cosa vuoi, se c’è amore il resto non conta. Punto terzo: non sognatelo, siatelo! Hai tutto il diritto di sognare ma ad un certo punto fai avverare i tuoi desideri altrimenti non arriverai mai da nessuna parte, per quanto assurdi essi siano combatti per raggiungerli. In breve è un’enorme metafora che balla a ritmo di rock ‘n’ roll e cammina su di un tacco quindici.”
“Direi che la nostra pragmatica Near, come sempre del resto, è stata abbastanza chiara!” disse Jake, il “direttore” dagli occhiali rotondi. “Vostro compito è informarvi e decidere che personaggio vi piacerebbe interpretare.” “Ottimo!” dissero tutti uscendo dalla sala. Tutti tranne Ayane, che era ancora seduta ed era ancora sconvolta da quello che era successo negli ultimi cinque minuti. La ragazza che rallentava il mondo quando entrava nel suo campo visivo si era appena materializzata nel teatro rivoluzionandole il concetto di “sognare” e di “amare” e, soprattutto, ora aveva un nome: Near.
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