Fenice

Erano le dieci di mattina ed Ayane si svegliò senza cominciare a piangere. Lumière se ne accorse e le si avvicinò per darle un buffetto sul naso. L’aveva sempre divertito fare così alle persone, “ai cani dà fastidio, vediamo se anche per gli umani la regola vale!” si diceva sempre prima di farlo. Poi si metteva a ridere. La bimba fece una piccola smorfia e poi un sorriso. Non aveva ancora i denti ma quel suo minuscolo segno di felicità era bellissimo. Il padre si era svegliato alle sei, silenziosamente aveva socchiuso la porta della stanza di Ayane ed aveva rivoluzionato casa.

C’è da dire che per lui “rivoluzionare la casa” equivale a rivoluzionare la vita. Era un’abitazione davvero piccola e il disordine di LP, CD, DVD, poster, chitarre, corde rotte, l’arca di Noe fatta di polvere, fogli, penne e quant’altro accentuava in maniera molto influente questa sua caratteristica. Aveva un numero spropositato di materiale musicale ma riuscì a sistemarlo tutto in qualche decina di scatoloni che mise in soffitta. Ripose le sue chitarre nelle rispettive custodie e fece fare loro la stessa fine della decina di scatoloni. Raggruppò tutti i fogli e le idee in un raccoglitore di cartone sporco di caffè. Pose poi il suo diario, quello che negli anni si era dimostrato la via più semplice per intavolare un litigio con i fiocchi con la sua compagna di vita, in una scatola di latta, chiudendola ed assicurandola con una cintura ad una trave del tetto. In soffitta finirono anche i suoi quadri, i manoscritti, la macchina da scrivere di Ayumu e tutti i suoi vecchi abiti. Chiuse la porta a chiave e la nascose.

Uscì in città con la piccola dopo averle dato da mangiare. Indossava gli abiti meno malmessi che aveva nel suo (se così si può definire) armadio: un paio di jeans scuri con uno strappo di soli cinque centimetri sul ginocchio sinistro, una vecchia maglietta nera con il logo in rosso di un qualche gruppo norvegese dal nome impronunciabile, una camicia in flanella con le maniche arrotolate fino a metà braccio, a mo’ di pittore incompreso. Ai piedi aveva dei Dr. Martens consumati, li aveva comprati con i primi soldi che aveva guadagnato grazie alla sua musica, a circa vent’anni, e li indossava come se fossero un trofeo, e non aveva tutti i torti: in parte lo erano. La sua folta chioma era tenuta a bada da un vecchio cappello a cilindro con attaccate delle piume turchesi intrappolate in una fascia grigia. Ormai la gente lo conosceva e non faceva più molto caso a come si vestiva.

Entrò nel solito negozio di abiti di seconda mano ma snobbò completamente il suo reparto preferito, quello che le cassiere amavano chiamare “più usati di così non si può” e si diresse verso quello dei vestiti più eleganti. Si concesse tre paia di pantaloni con giacca e camicia abbinati. Scarpe nere che una volta erano laccate ed un numero di cravatte tale da completare i colori dell’arcobaleno. Prese un abito elegante extra, per il funerale.

Trovò un piccolo vestitino nero di pizzo, probabilmente appartenuto al gruppo teatrale universitario, il quale doveva aver messo in scena qualcosa come “La Famiglia Addams” (quello era di certo il vestito di Mercoledì). In ogni caso era l’unico quindi lo prese per Ayane. La bimba cominciò a piangere quando vide il padre avvicinarsi verso quel tripudio di nero con la tristezza negli occhi. Lui provò a mascherarla e cominciò a giocherellare con la piccola. Pagarono e tornarono a casa.

Aveva trasformato il suo “studio di registrazione”, che poi consisteva in un microfono malandato, una cassa ed un registratore, in uno studio vero e proprio, in cui lavorare.

Non era laureato, nemmeno diplomato in effetti, così raggruppò un po’ di forze e finì gli studi che aveva iniziato parecchi anni prima in meno tempo del previsto. Così, quando Ayane ebbe cinque anni, suo padre si era guadagnato un piccolo posto nel mondo della grafica pubblicitaria industriale. Non era di certo il sogno della sua vita ma, perlomeno, avrebbe potuto contribuire attivamente alla ricerca del sogno della vita della figlia. Era tutto perfettamente in ordine, tutto perfettamente calcolato e la casa era di nuovo presentabile. Mancava solo il funerale e poi la sua vita, e con lui quella della piccola, sarebbero potute cominciare con tranquillità.

Una vita normale, senza dolore.

Ayumu credeva nella reincarnazione, diceva che dopo questa vita umana avrebbe voluto essere pioggia; così Lumière decise di spargere le sue ceneri durante una tempesta estiva.

Erano solo lui, Ayane ed un’orchidea. La appoggiarono a terra. Un addio, (che forse era più un arrivederci) sobrio ma sentito.

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