Ayumu

“Stiamo cercando il signor Pluie.” disse un’infermiera.
“Eccomi.” rispose lui con gli occhi così pieni di gioia che un po’ gliene stava colando fuori. “Ci segua.”
Lo scortarono nella stanza ventisette ed Ayane giaceva nella sua culla. Era un ospedale molto triste, lontano da tutto. Rimaneva aperto solo per casi d’emergenza come quello. La struttura ospitava due dottoresse, un dottore e cinque infermieri i quali, a turno, si trasformavano in manutentori ed addetti alla pulizie.
La culla traballava e un po’ d’acqua si era infiltrata nel tetto, aveva superato gli strati di isolamento ed aveva raggiunto l’angolo superiore del soffitto, seguendo il bordo era infine arrivata alla da Ayane ma senza toccarla: l’infermiera aveva svogliatamente bloccato la goccia che rifletteva il grigio della stanza prima che toccasse il minuscolo viso bianco della bambina. Aveva qualche tratto simile a sua madre, come gli occhi un po’ a mandorla e le piccole dita lunghe ed affusolate.
Lumière era completamente stregato: la bimba somigliava anche a lui, aveva la sua stessa carnagione estremamente chiara, nonostante fosse nata da poche ore. L’ombra dei capelli scuri era visibile attraverso la poca luce che filtrava dalla finestra semi aperta. Ayane si mise a piangere e quel piccolo urlo gli ricordò un’assenza.
“Dov’è Ayumu?” sbraitò lui.
“Si sieda e mantenga la calma. La pioggia deve averle fatto un brutto effetto, aveva la febbre altissima e poi si è aggiunto anche il parto. Si è spenta senza soffrire troppo. Prima di addormentarsi ha detto che Ayane significa ‘appartiene al colore’, di far sì che questo grigio mondo non la inghiotta, di prenderti cura di te stesso ma prima di tutto e di tutti di lei. Infine ha detto che ti ama nonostante abbiate passato una vita mediocre.” sospirò, “Ora, signor Pluie, se vuole la lascio solo o le chiamo qualcuno.” disse lei recitando la scenetta da manuale. Probabilmente lavorava lì da sempre e l’assenza di alcun tipo di colore doveva averle ingrigito l’anima. Come si faceva a dare una notizia simile in quel modo?
“Lasciatemi solo, grazie. Anzi, rimanete un secondo con lei, ho bisogno di prendere un po’ d’aria.”

Lumière uscì, tirò fuori dalla tasca della camicia il suo tabacco e cominciò ad arrotolare una sigaretta. La carta sottilissima si saturò d’acqua e si appiccicò alle dita tremanti di un’uomo nelle mani del terrore più puro. Ci rinunciò e la lanciò sul cemento bagnato. Decise quindi di camminare sotto la pioggia per un paio di minuti. Si girò poi verso l’ospedale. Esso si trovava sulla cima di una collina poco lontana dalla città. Potrebbe sembrare una vista splendida, per coloro i quali possiedono un gusto un po’ romantico e decadente, ma, ahimè, non lo era. Tutti i movimenti che si vedevano da lassù erano comandati da un ordine meccanico, come gli ingranaggi di un orologio arrugginito. Quegli ingranaggi che muovendosi lentamente ma inesorabilmente rilasciavano nell’aria quell’odore di ruggine e smog. Come in un grande filtro seppia, espanso però a tutti i sensi. Gli veniva in mente il video di Another Brick In The Wall, tutti in fila seguendo una marcia dai pochi colori.

Urlò. Urlò come non aveva mai fatto.
Cadde in terra, i jeans già lacerati che indossava si distrussero definitivamente e un rivolo di sangue gli uscì da un ginocchio. Non gli importava, avrebbe solo voluto unirsi alla terra satura di acqua e, come un ruscello, seguire il profilo della collina per cadere poi giù, nel silenzio del post pioggia.

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