Oui, mon amour

La madre di Ayane era giapponese e suo padre francese, lei scrittrice, lui musicista, entrambi mai capiti, nemmeno da loro stessi. Lumière aveva appena finito di suonare ad uno squallido spettacolo teatrale, aveva accettato solo perché gli servivano spicci per la bimba che stava per arrivare. Stava tornando verso casa con sua moglie, Ayumu. Pioveva ininterrottamente, la macchina faceva rumori inquietanti e la radio stava cantando una canzone ostentatamente felice.
“Quanta ipocrisia! La gente non sta così bene.” disse lui spegnendola.
“Lumière! Devi piantarla con questa tua fissa della depressione, la gente non sta male!” rispose lei arrabbiata, tenendo le braccia strette sulla pancia, come per non far sentire a sua figlia che stavano discutendo.
“Non è né una fissa né depressione, la mia. Solo riesco a cogliere la pace nella malinconia.” ribatté lui senza fare una piega. Ormai avevano fatto quel discorso innumerevoli volte e si domandava perché non potessero smetterla, o almeno saltare qualche passaggio.
“Non sai cos’è il dolore, non l’hai mai provato seriamente!” disse lei ancor più arrabbiata, tenendosi la pancia ancor più stretta tra le braccia.
“Oui, mon amour.” concluse lui, in assenza di sentimenti.
Stava diluviando e nessuno disse nulla a riguardo.
“Mi si sono rotte le acque.” sospirò lei, come se niente fosse. In quel momento i ruoli si scambiarono: Lumière impazzì. Era un uomo alto, magro, con i capelli neri e lunghi fino a metà schiena e le occhiaie tipiche di chi si strugge, giorno e notte, nel nome della curiosità. Curiosità di comprendere a fondo la natura di ogni minuscola sfumatura di ogni minuscolo stato d’animo. Non era depresso, solo stava bene da solo, in questa ricerca continua, con o senza se stesso. In quel momento si sentì come se qualcuno gli avesse tirato uno schiaffo a sangue freddo. Si bloccò completamente, fermò la macchina e chiuse gli occhi. Ayumu disse qualcosa in giapponese, qualcosa del tipo “ma quand’è che ho avuto la brillante idea di sposare questo essere inutile?” poi, senza avere il tempo di pensare a qualcosa che potesse svegliare suo marito, egli rinsavì. Era completamente sbiancato, avvenimento più unico che raro dal momento che la sua pelle sembrava porcellana. Ayumu, quando lo aveva conosciuto, si era chiesta se fosse umano o indossasse una maschera di cera. Girò a fatica la chiave e partì alla velocità della luce, diretto all’ospedale più vicino. Era tutto estremamente grigio, sia dentro che fuori la macchina.
Nonostante la tempesta, la musica scadente e l’odore pungente dello smog Lumière era silenziosamente felice ed Ayumu con lui.
Si erano conosciuti all’età di diciassette anni e si erano sposati appena raggiunta la maggiore età a causa di una gravidanza inattesa. Avevano comunque deciso di tenere la piccola creatura. Era una bambina e il suo nome era Kazuko, “bambina dell’armonia”, perché erano sicuri che con il suo arrivo i loro problemi adolescenziali si sarebbero dissipati ed avrebbero raggiunto un’armonia “adulta”. Kazuko non nacque. Non ne parlarono più. Dopo quell’evento Ayumu si rinchiuse nella sua scrittura incompresa, mentre la pazzia le lacerava sia il cuore che la mente.
Lumière, invece, cadde in quello stato di trance che si era dissipato cinque minuti prima, quando, sotto la pioggia, si versò la speranza di una rinascita: Ayane.
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